Lo struscio a napoli storia e tradizione; cosa resta

di gennaro Napoletano

Lo struscio è un’antica tradizione antica voluta da Ferdinando I di Borbone  di Napoli  non solo napoletana e consiste in una passeggiata per le vie del centro cittadino, cogliendo così l’occasione per sfoggiare abiti nuovi e per fare nuove “amicizie” e noi amori. Guardando distrattamente le vetrine si chiacchiera con gli amici, si spettegola e si cerca di fare nuove conoscenze. Nelle piccole città , come anche la nostra Afragola, di provincia lo struscio diventa il momento di socializzazione per eccellenza e non è difficile vedere, mentre si cammina tra la folla, persone che salutano a ogni metro, perché in qualche modo gli abitanti di una città piccola si conoscono quasi tutti tra di loro.
Il giorno fatidico, il vero struscio è quello del Giovedì Santo quando la tradizione pasquale e la liturgia della Settimana Santa prevede che i fedeli vadano a visitare i sepolcri nelle chiese, che, secondo un’antica tradizione, devono essere almeno tre e sempre in numero dispari.

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Questo rito viene comunemente indicato come il “giro dei sepolcri”, ma a Napoli e in buona parte del Campania si usa anche il termine struscio, che risale agli anni del viceregno, quando a Napoli, durante la settimana santa fu imposto, così come era già tradizione in Spagna, il divieto di circolare con cavalli e carri, divieto confinato successivamente poi alla sola via Toledo. I fedeli, che in gran numero osservavano il rito dei sepolcri, erano quindi costretti a circolare a piedi lungo la principale arteria cittadina e visto il gran numero di persone, il passeggio era lento e si procedeva quindi strusciando (strisciando) i piedi lentamente sul selciato ed anche le stoffe ancora rigide dei vestiti nuovi indossati per l’occasione, strusciavano tra di loro producendo un suono sommesso. I giovani soprattutto attendevano con ansia quel giorno per ottenere dai genitori degli abiti nuovi da indossare per le festività pasquali. La vanità per il vestito nuovo, doveva indurre comunque alla misura; mai troppo elegante o troppo appariscente, in particolare per le donne. In modo, dunque, da non creare disagio nel fidanzato. Una passeggiata con uno spirito gioioso e di festa, ma vigili senza distrarre l’attenzione dall’amata, senza sospendere sospetti e gelosie. La passeggiata prevedeva un lungo percorso da via Pessina a piazza Trieste e Trento e viceversa. Ad fragola si iniziava dalla Parrocchia d’appartenenza, poi a quella più vicina fino al santuario di S.Antonio, un  obbligo per i fututi sposi afragolesi.

 

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Prima dello struscio ed in preparazione del pranzo pasquale vi erano altre abitudini, che in gran parte sono andate perdute: la sera precedente la visita dei Santi Sepolcri le donne portavano “il grano del sepolcro”, un grosso piatto di portata, o vacile, usato per le conserve, contenente semi di grano o di legumi (lenticchie, ceci e in particolare cicerchia), germogliati e fioriti, al buio. Detti semi, nei loro contenitori, ricevevano l’umidità dentro la stoppa di ginestra, oggi sostituita dal cotone e venivano rinchiusi al buio dentro cassapanche, e casciuni, in prossimità della domenica precedente per essere in rigogliosa fioritura il Giovedì Santo.
Le massaie  riponevano poi i salami, ormai essiccati, dentro vasi di creta smaltata, per poter iniziare la degustazione subito dopo lo scampanellio festoso della Resurrezione.
Il “grano del sepolcro” è quello che presso le città magno greche veniva conosciuto come il giardinetto di Adone, dio della fertilità, principio maschile della riproduzione, a cui era collegato il mito di Afrodite, principio femminile della fecondità.

 

Queste ed altre abitudini sono oramai scomparse e permangono solo nelle campagne, come tanti altri rituali, sopravvissuti per secoli ed a volte per millenni ed oggi cancellati da un veloce e frenetico processo di omogeneizzazione che, in nome di un ipotetico progresso, ci fa dimenticare la cultura, le tradizioni e le radici delle nostre popolazioni.

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Lo struscio per via Toledo e da noi Afragola è oramai scomparso, ma una nuova scorribanda pedonale è diventata di moda da qualche anno, sfruttando una delle poche realizzazioni della nostra scalcinata amministrazione comunale, la quale ha restituito ai cittadini, dopo un opportuno restyling, la passeggiata a mare del pontile nord di Bagnoli.
Poco meno di un chilometro di penetrazione verso il centro del golfo, accarezzati dal vento e dimenticando il mostro ecologico che rimane alle nostre spalle e tutti i guai della nostra sfortunata città.
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Il restauro è stato poco meno che perfetto: sedili, fontanine, parapetti ultrasicuri, ascensori, parcheggio per le auto dei disabili, latrine accoglienti e costantemente pulite. Più o meno anche ad afragola dove l’antico viale s.Antonio ha subito una metamorfosi orrenda con l’abbattimento di antiche piante per far spazio ad un parcheggio sempre pieno.I numerosi cestini vuotati ogni giorno, le eventuali lampadine fulminate sostituite in tempi ragionevoli, le scritte vandaliche sulle panchine ridotte all’osso. Manca un parcheggio e lo spazio della colmata lo permetterebbe con poco impegno, ma fuori sulla strada vi è spazio sufficiente e stranamente mancano anche i parcheggiatori abusi ad imporre prepotenti il pizzo.
Sono cambiati gli abbigliamenti dei frequentatori: molti in tuta sportiva, scarpe da ginnastica e molti pargoletti al seguito, alla ricerca disperata di una valvola di sfogo per scatenare le sane energie giovanili.
Sembra quasi di non stare a Napoli, ma purtroppo una pecca gravissima si è venuta a creare, complici involontari le miriadi di gabbiani che volteggiano incuriositi sul pontile e  la loro naturale abitudine di defecare abbondantemente a tutte le ore.
Si è venuto così a costituire un interminabile tappeto di feci, sgradevole a vedersi, puteolente oltre misura e pericolosissimo per la salute pubblica, essendo le deiezioni dei volatili spesso pregne di virus, dalla psitaccosi ad una non improbabile aviaria. E tra questi escrementi giocano innocenti bambini di ogni età, ignari del pericolo.
Tra l’altro il guano, essendo acido, in breve tempo corrode il pavimento, producendo macchie indelebili.Purtroppo a pochi passi un esempio calzante di luogo incantevole ridotto in brandelli dall’incuria degli uomini, è costituito dalla costa di Coroglio, una spiaggia che, fino all’inizio del Novecento, era la meta spensierata della borghesia napoletana, per divenire, intorno agli anni Trenta, un mostro, un tetro gigante di ferro che occupava due milioni di metri quadrati di territorio e che vomitava a mare, senza sosta, giorno e notte per settant’anni, venti milioni all’ora di veleni: cloro, ammoniaca, solfuri, fenoli, idrocarburi, mentre le gigantesche ciminiere inviavano in forma gassosa un’eguale quantità di veleni verso il cielo.
E dopo la lenta agonia che ha sottratto allo Stato, cioè a tutti noi, migliaia di miliardi spesi inutilmente per difendere un impianto antieconomico, ne è residuato un mostro ecologico che grida vendetta al cospetto di Dio e degli uomini per lo scempio paesaggistico e per lo scriteriato abbandono di una significativa fetta di territorio urbano, la più bella della città, che potrebbe, correttamente utilizzata, mutare il volto del nostro futuro ed assicurare un duraturo benessere alle future generazioni.

Assistere quotidianamente alle diatribe tra politici ed affaristi sulla destinazione di luoghi una volta incantevoli è uno spettacolo triste ed avvilente da scoraggiare il più accanito degli ottimisti. Oramai tutto il golfo è una cloaca a cielo aperto, una lurida fogna urbana, amministrativa e morale. Ogni bellezza è stata distrutta, ogni onestà inquinata dal vetriolo del malaffare ed i napoletani possono adoperare occhi e cuore solo per piangere.

di Gennaro Napoletano

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